Come riconoscere un buon olio EVO in 3 semplici mosse: e tu le conoscevi?

Ti è mai capitato di comprare una bottiglia “promettente”, versarla sul pane e pensare, tutto qui? È un momento piccolissimo, ma ti resta in testa. Da lì ho iniziato a farmi una domanda semplice, quasi da cucina di casa, come faccio a capire al volo se un olio extravergine vale davvero? La risposta, sorprendentemente, sta in tre mosse pratiche, da fare con vista, naso e bocca.

Mossa 1: guardalo (ma nel modo giusto)

Il colore è la prima cosa che ci seduce, eppure è anche quella che può confondere di più. Un buon olio EVO può andare dal verde intenso (spesso legato a olive raccolte più presto, profilo più “grintoso”) al giallo oro brillante (olive più mature, sensazione più rotonda). Quello che cerco io non è “il verde perfetto”, ma alcuni segnali semplici:

  • Brillantezza: in controluce deve avere un aspetto vivo, non spento.
  • Tonalità coerente: verde o oro, va bene, l’importante è che non sembri un giallino slavato e senza personalità.
  • Pulizia visiva: evita l’olio con particelle strane o depositi sospetti.

Un punto importante, perché qui si sbaglia spesso: un olio torbido non è automaticamente scarso. Alcuni EVO non filtrati sono naturalmente velati e possono essere ottimi, solo più delicati nel tempo. Il trucco è collegare quello che vedi a ciò che sentirai dopo con il naso e con l’assaggio.

Mossa 2: annusalo, come faresti con una mela appena tagliata

Qui si capisce davvero se l’olio è “vivo”. Versa un po’ di olio in un bicchiere di vetro (anche un normale bicchiere va bene), coprilo con la mano, scaldalo leggermente tenendolo nel palmo e fai ruotare. Poi annusa.

Un EVO di qualità ti parla subito con un profumo fruttato, spesso con richiami a:

  • erba tagliata
  • foglia e vegetazione fresca
  • carciofo o pomodoro verde
  • frutta appena matura

Se invece senti poco o nulla, o peggio un odore che ricorda cartone, frutta secca vecchia o “olio da dispensa”, è facile che sia un prodotto stanco, ossidato, o conservato male. In pratica, se il naso non si accende, difficilmente la bocca si entusiasmerà.

Mossa 3: assaggialo e cerca amaro e piccante (sono i tuoi alleati)

Questo è il passaggio che cambia tutto. Metti un cucchiaino di olio in bocca e tienilo tra lingua e palato per circa 20 o 30 secondi. Fai passare un filo d’aria tra i denti, come una piccola aspirazione, per liberare gli aromi.

In un olio extravergine ben fatto, due sensazioni sono preziose:

  1. Amaro: arriva sulla lingua e ti ricorda verdure o foglie verdi. È un segnale legato alla presenza di polifenoli.
  2. Piccante: lo senti in gola, pulito, non aggressivo, come un pizzicore elegante.

Il punto non è che debbano “picchiare”, ma che siano presenti e in equilibrio con la parte fruttata. Se invece compare una nota rancida, piatta, grassa, oppure un retrogusto sgradevole e persistente, meglio fidarsi del palato.

E il “corpo”? Un dettaglio che aiuta

Fallo scorrere su un cucchiaio: un buon EVO ha in genere una densità media, scorrevole ma non acquosa. Se è eccessivamente fluido può essere vecchio o troppo leggero, se è innaturalmente viscoso può suggerire una composizione poco convincente.

Un controllo extra in 30 secondi: etichetta e bottiglia

Se vuoi essere ancora più sicuro, guarda questi elementi prima dell’acquisto:

  • Origine delle olive e del frantoio (più è chiara, meglio è).
  • Campagna di raccolta o data utile, per capire la freschezza.
  • Indicazioni come “estratto a freddo”.
  • Bottiglia scura o contenitore che protegga dalla luce.

Alla fine, però, la verità è semplice: la terza mossa, l’assaggio, è il verdetto. Quando trovi un olio davvero buono, lo riconosci perché rende tutto più chiaro, dal pane alle verdure, come se accendesse la cucina. E a quel punto sì, quelle tre mosse diventano una piccola abitudine che non molli più.

Redazione Ospitaletto News

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